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giovedì, aprile 24, 2008

Un brivido.
Che è anche qualcosa di stranamente confortante, nel suo prendere fin dentro le ossa,  partire dall'altezza delle spalle fino ad arrivare alla punta dei capelli.
Lo scrollo come si fa con la pioggia fastidiosa che penetra nel colletto della camicia buona, come farei con un insetto fastidioso e pervicace.
Ma sembra più veloce, astuto e risoluto di me: lui che, accidenti, se ne sta rintanato per mesi chissà dove, muto e speranzoso, ad attendere le serate di pioggia, le vigilie degli appuntamenti importanti, le inquietudini inconfessabili.
Ad attendere l'attesa delle cose.
Ad attendere l'attesa, senza nessuna difesa.

Il brivido ricorda un po' chi, convinto di controllare il tempo, libera farfalle affinchè sbattano le ali: intelligente, colto, e assolutamente inutile.
Il brivido è paziente.
Il brivido è arrivista, egocentrico.
Il brivido è carogna e paziente: di giorno veste in giacca e cravatta, ti da del "lei".
Il brivido conosce la tecnologia.
Il brivido, a volte è dolce come chi si fa in quattro per ricordarti che, dopotutto, sei ancora vivo.
Il brivido è previdente, si informa, è strisciante e sa finger bene, di volerti bene.

Noi che le farfalle le schiacceremmo sotto talloni di caucciù, se solo servisse a guadagnarci un giorno in più.

Poi entro io, su una biga romana.

postato da: mikchan alle ore 23:28 | link | commenti (4)
categorie: cinismo, brividi, uff , anzianeggi
martedì, aprile 15, 2008

Fronte del Dodo

Che così fa più o meno figo, anche se magari qualche periodo annacquato come vino da tavola: "favola del disuso", lo chiamerò.
Poi ci penso, ripenso, scrivo, riscrivo, riscrivo ancora... e finisco per maledirmi, lasciar perdere tutto.
Vallo poi tu a spiegare che no, non sono più veramente invidioso, e che il successo degli altri serve solo a ricordarmi che le possibilità esistono: più che non esser stato capito, mi irrita la possibilità di non essermi saputo spiegare.
Dicono che nascano guerre e omicidi per molto meno: abbiamo i nostri cinque anni di sole assicurato.
L'on. CapoDellAzienda, Osiride, la moglie Iside e i rispettivi SUV; il General Manager, detto "Faraone", che abbia a capire il suo posto: il proletariato ride ad immaginarselo in barba, sciarpa e capellacci, a manifestare "Ho scherzato, sono come voi, compagni!".
Che diciamocelo, diverte. Ma fino_a un certo punto. Incontri un Buddha, lo uccidi.

(Fino_A sarà il nome di mio figlio. Non chiedetemi perchè, perchè è OVVIO)

Potremmo semplicemente adagiarci a percorrere ogni mattina quel marciapiede che costeggia la statale, passare tra le auto posteggiate a spiga evitando accuratamente le pozzanghere sollevate dai camion, gli sguardi a metà tra il sorpreso e il divertito dei colleghi alla finestra.
Poi maledire un paio di colletti, mugugnare a denti stretti la cifra in basso a destra, accendere una paglia occhieggiando l'anticipo sullo schermo digitale del cellulare. Varcare la soglia e ripetere la battuta della sera prima.
Potremmo.
Scegliamo la via più difficile,equilibrio labile fra rassegnazione e giustificazione, bearsi di qualche momento i autoconsapvolezza: so cosa sono diventato, è sufficiente: incontri un Buddha, lo uccidi.

Lui, Morfeo, non fa una piega, abbraccia con gioia la novità, forse confonde felicità e autoaffermazione: io copro un altro pacchetto, pregusto il digestivo dopo cena, soppeso la possibilità i una partita a carte contro due chiacchere davanti ad una birra.
Mi viene fuori pure triste, non ve n'è motivo: la parola è il regno del pensiero, lo sprechiamo con una certa irriverente nonchalance; scripta manent, certo, appena lo spazio di un reload.
Chi non è riuscito ad accettarlo ha smesso tempo fa, lamentando la pressione. Intonare quasi sovrapensiero un giro degli almanegretta, un ritornello degli afterhours, sentirselo completare, anche quello dura un attimo. Incontri un Buddha, lo uccidi.

Sulla maglietta, campeggia la figura stilizzata e mogia di un Dodo.

E ancora qualcuno lamenterà che, leggendo fino_alla fine, non si capisce un cazzo.

postato da: mikchan alle ore 22:32 | link | commenti (5)
categorie: lavoro, paranoia, cinismo, uff , anzianeggi, cè sempre da imparare
martedì, dicembre 11, 2007

Caro Pdor,
non c’è dubbio che siamo partiti col piede sbagliato.
Nel caso ti possa consolare, e detto francamente non credo che nemmeno ti possa importare più di tanto, una volta segnalatomi sia il tuo post, che letta la mia risposta, le persone a me più vicine si sono affrettate a darti ragione, abbracciando l’ipotesi che ciò che scrivi sia il tuo punto di vista, e che, come tale, non possa far altro che riflettere le tue esperienze.
Peccato che in quel preciso istante io abbia avuto la netta sensazione che, chissà come mai, fosse trascurato il MIO punto di vista, sacrificato alla ragione assoluta e indubitabile di un altro.
E la cosa mi ha fatto incazzare.
 
Vogliamo parlare di fatti?
Senza nessuna ironia: qualche tempo fa, ho improvvisamente deciso che il mio attuale lavoro non soddisfa le mie esigenze.
Soldi, logistica (è molto lontano da casa, e non raggiungibile con i mezzi), possibilità di carriera e soprattutto di formazione (anche qui, senza nessuna ironia, mi immagino che tu per primo sappia quanto sia importante questo ultimo punto per un laureato, neolaureato o cosa preferisci)… non penso nemmeno lontanamente di essere il migliore possibile nel mio ruolo, ma dopo lunghi ripensamenti, ho preferito il salto nel buio alla tranquilla vita di provincia.
E così, imbarcato delle migliori intenzioni, ho traghettato la mia carcassa da una azienda all’altra, sostenuto ennuple di colloqui per l’una e per l’altra, di gruppo, singolari di conoscenza, singolari tecnici, singolari commerciali e di definizione economica.
Oh, naturalmente sono caduto dalla Luna: chiedevo poltrone, ferie anticipate e macchine aziendali… lasciamelo dire, anche se il tenore che vorrei dare alla mia è tutt’altro che provocatorio: fammi il piacere.
 
Una piccola storiella, solo un esempio.
La risposta di un selezionatore di una piccola azienda, tra l’altro più vicina a casa rispetto al lavoro che svolgo ora: il selezionatore, via telefono, argomentava la sua scelta negativa nei miei confronti.
Ti giuro, ero al settimo cielo.
Finalmente qualcuno si degnava di far seguire almeno un “vaffanculo” ai loro “le faremo sapere”.
Peccato che il signore in questione, trentasei denti di telefonata, mi comunicasse un esito negativo; e peccato che tale esito fosse dovuto alla mia mancata iscrizione all’albo dei professionisti.
E peccato che io sia regolarmente iscritto a tale ordine, come documentato dalla prima pagina del mio (scarso, e davvero non sto provocando) CV.
 
Ed ora ti domando: cosa avrei dovuto pensare?
Che il tuo collega non avesse nemmeno letto il mio CV, dopo il terzo di tre incontri diluiti in un mese di viaggi?
Che stesse inventando una menzogna a caso, onde “palloneggiarmi” senza troppo clamore, e di conseguenza non avesse nemmeno il buon gusto e i “coglioni” per darmi il benservito dicendomi, che so, che a conti fatti non avevo i requisiti?
 
Ebbene sì, hai assolutamente ragione: entrambi ci basiamo su ciò che conosciamo, e l’esperienza sensibile non può essere contraddetta, quale che sia la teoria gnoseologica adottata dal singolo.
Chiaro.
Vorrei domandarti ora: sono così presuntuoso come sembro?
O forse devo domandarmi se basta aver svolto il servizio di leva (ho più di trent’anni, non posso che aver regalato i miei anni alla nazione…) per essere uomo, per non essere uno spocchioso figlio di papà?
Basta accettare la gavetta per quello che è, oppure è necessario subire anche soprusi, mancanze e sorrisi di rame da parte di chi sta dietro la poltrona?
Sentirsi chiamare con disprezzo “ragazzo”, come hai fatto tu, supponendo, chissà poi perché, che fossi uno dei tuoi “torturandi”?
Mai detto, inferito o postulato che i tuoi metodi, le tue valutazioni, siano sbagliate o poco professionali: discuto il METODO generalizzato, e d’esempio porto l’esperienza di una persona che ha visto l’altra faccia della tua medaglia… di rimando ti chiedo di non imbeccarmi come fossi l’ultimo neolaureato triennale, a presentarsi in azienda sulla decappottabile di papà (si, anche io ho visto qualcosina…).
Ti confesso che la prima reazione che ho avuto leggendo il tuo post è stata: “non è possibile”.
Non ci potevo credere, non volevo credere che potessero esistere signorini bene così ignari e “naive” da credere di raggiungere immediatamente il cielo entrando dallo sgabuzzino.
Ancora ora non lo accetto, e spero ad una iperbole da manager annoiato, te lo assicuro.
 
Il tuo rimando alla gavetta, consentimelo, è semplicemente offensivo e, visto che il termine ormai ci è caro, terribilmente presuntuoso.
Forse che un datore di lavoro o un selezionatore si debbano sentire obbligati?
Cielo, no… forse che debbano rispetto ai selezionandi?
Forse che gli stessi selezionandi, tale rispetto possano pretenderlo?
Certo, e nessuna opinione contraria potrà mai cambiare questa convinzione.
Se ammetto di essere stato presuntuoso, ammetto anche la speranza di poter trovare persone serie e competenti, sedute alle scrivanie che “contano”.
 
Avessi scritto un post speculare al tuo, nel caso vi fossi incappato, forse ti saresti sentito in dovere di commentare: “guarda che non è così”, magari offeso…
E perdonami se con questo post sono passato al “tu”; non mi permetterò tuttavia di darti del “ragazzo”, o di ricordarti che la “gavetta” può consistere anche nell’ascoltare neopresuntuosi pazzi e sproporzionati.
Accidenti, preterizione. Ancora.
 
 
 

mercoledì, ottobre 17, 2007

http://fanculain.miniville.fr

La città del sole...


postato da: mikchan alle ore 16:51 | link | commenti
categorie:
martedì, luglio 17, 2007

Perdere tempo in SCIAT

Quando, giustamente, il massimo del divertimento è addormentarsi davanti ad un nuovissimo monitor da 22 pollici, e ad un progetto incompiuto, salta sempre, sempre fuori, qualcuno ad esclamare inorridito:

"Ma... stai chattando!!!"

In realtà, le cose non vanno mai proprio così.
Solitamente, la gelida mano della morte apre la porta fuggevole e turchese, ma senza tronchese, per poi sorprendere alle spalle con voce imperiosa e definitiva:

"Ahem."

Dal momento che la gelida mano bla bla se n'è volata in Cina con l'aereo del Martedì 17, la voce è strascicata e straniera, sebbene le modalità furtive rimangano praticamente le stesse:

"Oh, una SCIAT"
"..."

"SCIAT", dipingendosi in volto la maschera di un ghigno beffardo.
"Cos'è una SCIAT?" Commento, ignaro, prima di capire ciò a cui si riferisce.

Giro la sedia elettrica, fisso dal basso verso l'alto il muscoloso 18enne fresco fresco di cooperativa.
Se non prendesse al mese il doppio del mio stipendio, potrei addirittura cedere alla tentazione buonista di lanciarmi in un monologo interiore sullo sfruttamento.
In realtà lo invidio.
Di lavoro, lui trapana.
Ciò che l'apparizione stimola nei miei sensi, è una vaga sensazione di colpevolezza.
Perciò borbotto una scusa, approfittando dell'assenza del leghista, mr. D.

"Nooooooo... figurati... noi lo usiamo per i documenti..."

E' vero.
La rete interna ha smesso di funzionare eoni fa, ed è questo il vero motivo per cui msn, in ufficio, è acceso tutto il giorno.
Faticherei a sottrarmi all'accusa di chatteggio industriale, mi fosse rivolta... tuttavia.
Tuttavia.
Msn o chiavetta USB. A questo siamo. Le risorse, del resto, son quelle che sono.

L'ingegner Linea Produttiva, d'altronde, commentando le gioie del lavoro tecnico, ebbe a dire in tempi non sospetti che la piccola azienda costringe alle soluzioni più creative, rappresentando una palestra curricularia di inaudite profondità e valevole esperienza.
In quel frangente gli risposi che non me ne fregava un cazzo. Meglio il soldo e le risorse:

"Se hai fretta, o vai di corsa, non scordare la risorsa. Lo dice anche il DJ Lino."

Così, senza preamboli e preservativi.
Si offese. Che tipo.
Ci lasciammo guardandoci in cagnesco da dietro a delle birre, col Taddeo a far da palo.
E a finire le birre.

Ma in multinazionale, giacchincravattato, c'è finito lui. Eh.


postato da: mikchan alle ore 15:35 | link | commenti (11)
categorie: lavoro, inutilità, uff , anzianeggi, rosica